Non lo conoscevo. Né lui né Roberta. Eppure di Emilio ne ho frequentati e ne frequento tanti. Quella tragedia non ha avuto un’origine. Non certo nei sentimenti sconnessi, nel sentire confuso, nella mano ingannevole, nell’azione smisurata, nella relazione disturbata di Emilio. S’è mossa sotto gli occhi attoniti di molti che guardano e non capiscono e quando capiscono possono solo capire d’essere ormai ridotti all’impotenza. Di loro hanno delegato fino all’ultimo pelo di capelli che più non gli appartiene. Sembra avere un momento culminante ma solo apparentemente. Culmina solo ciò che più di lì non può andare. Certo un momento di enorme tragedia. È certo che quella di Emilio Zanini e di Roberta Riina sono due tragedie enormi, gravi, pesanti, per loro e per le loro famiglie. Per gli altri al massimo è curiosa cronaca dell’impotenza. Per altri ancora routinaria, pura e semplice gestione di potere sotto forma di Salute.
Due tragedie che però scompaiono di fronte ad una tragedia più grande consistente in quanto è inscritto nella stessa tragedia così come s’è a noi presentata: non prenderne atto. Da parte di nessuno. Eppure tutti credono e sono convinti che quella tragedia appartenga loro, che ad essa stanno partecipando. Punti di vista e sensibilità diverse, ma anche fine di ogni possibilità di analisi sociale e di ogni possibilità di comprensione di ciò che avviene ad un palmo dal nostro naso.
Dopo quella notte in cui Emilio disgraziatamente incontra Roberta e Roberta disgraziatamente incontra Emilio, tutto diventa affare loro. Un affare però che non è finito con una tragedia ma ha manifestato solo uno degli aspetti di una più ampia tragedia. Non certo quella nostra, ma sempre solo quella degli altri. Un affare che finisce di essere loro e diventa dei tribunali. Emilio mostro era e mostro si conferma, Roberta la povera vittima, sicuramente innocente, di un mostro per mano del quale è morta. Roberta non tornerà più indietro, Emilio sarà rinchiuso in carcere per sempre, o in un manicomio criminale. Mai capirà come avrebbe potuto non essere quello che era e quel mostro alla cui costruzione avevano partecipato. Si rende conto che al massimo poteva essere ciò che era ed è stato solo ciò che poteva essere. Nell’abbandono, nell’esclusione, fuori da ogni rapporto di autenticità, di fratellanza, di solidarietà, nessuno è in grado di accedere alla mente comune. Sicuramente sarà rinchiuso in un senso di colpa, in un eterno dolore, violento fino al punto che diventa impensabile come vivere senza una rimozione o una qualche strategia particolare.
Tutti gli altri? Si ritroveranno alla prossima tragedia. Più ciechi di prima. È la tragedia, che bisogna spostare. La tragedia non sta nell’avere Roberta incontrato Emilio o viceversa.
La tragedia sta proprio nella dinamica con cui si sta portando avanti tutta la vicenda che dovrà chiudersi nel cosiddetto atto di giustizia: punire il colpevole trovato. Si ingrassano le galere, si ingrassano i manicomi, si ingrassa la giustizia ma si ingrassa anche la tragedia sociale. In più quella che è accusata come follia sta esprimendo e raccontando l’unica sua possibilità di esistenza e d’essere in una situazione di normata giustizia. Si sta perfino ponendo come via, come esempio, come messaggio risolutivo: in una tale società della giustizia Emilio è l’unico modo d’essere.
La tragedia sta proprio in tale dinamica, nel far sì che tutto, proprio tutto, quello che era Emilio e quello che era Roberta, sia solo una questione privata, personale, loro. Il disagio tra loro nasce e tra loro muore. Emilio era com’era e Roberta è stata la vittima sfortunata d’avere incontrato uno ch’era com’era.
“Volevo solo fidanzarmi”. Ma che importa! Figurarsi un mostro che si vuole fidanzare. Come si può fidanzare uno che è stato costruito e allevato mostro? Ma nessuno, nemmeno al mostro, è riuscito a strappare l’umano sentimento dell’amore per la donna. Un amore espresso con le uniche parole che ad un mostro avevano messo in bocca.
In altri tempi, non sapendo come fare, l’avrebbero rinchiuso nella lussuosa Real Casa dei matti di Palermo. Oggi che c’è un’inflazione di conoscenza su come portare aiuto ad una persona in condizione di Disagio Relazionale, hanno rinchiuso Emilio prima in un più ampio manicomio diffuso sul territorio. Da ora in poi lo rinchiuderanno in un’altra istituzione totale, carcere o manicomio criminale.
I genitori di Roberta cercano giustizia contro Emilio che, finalmente, ha avuto occasione di mettere a frutto tutte le sue potenzialità del mostro per come l’avevano costruito. È stato Emilio. Per tutti. È contro di lui che si dovrà abbattere la giustizia. Che c’è di più facile! Più difficile, fino all’impossibilità, è stato il prendersi cura di lui.
Mai si sono interessati, proprio quelli che sono pagati per farlo, dei bisogni né di Emilio, né della sua famiglia. Alla fine gli stessi, sempre l’istituzione, sempre la psichiatria, e proprio perfino dentro un tribunale, scopriranno che Emilio è incapace di intendere e di volere. Comunque che ha ed ha avuto, assieme alla sua famiglia, enormi disagi di cui nessuno s’è accorto. Nemmeno chi era pagato per farlo. Chi ha detto che Emilio, nelle condizioni in cui è stato messo ed è stato tenuto poteva fermarsi prima di dov’è andato e non andare perfino altre?
Solo contro Emilio si potrà accanire la giustizia, non certo contro tutto ciò che circondava Emilio e la stessa Roberta. È questa la giustizia. Tutti sanno ciò che ad Emilio s’è fatto proprio secondo giustizia. L’articolista del Giornali di Sicilia (C.G.) l’ha capito: «la famiglia Zanini (…) evidenzia le altre responsabilità, non penali, non giuridiche, forse solo morali, che ci sono dietro questa vicenda.» Grande e realistica conclusione. La responsabilità morale serve a niente. Tutto si può fare di immorale, contro ogni deontologia, contro ogni umana dignità basta che non si arrivi nel penale e, se da tale penale c’è sempre qualcuno che ci protegge, proprio lo stesso penale, giustizia è fatta.
Tutti l’hanno capito che l’unico ad essere fuori giustizia era Emilio, il mostro. E dove volevano che fosse un mostro!? Mentre tutti hanno capito che l’abbandono, da parte di tutti, di Emilio, quello era stato in tutta giustizia, senza penale, al punto da essere tagliato totalmente fuori dalla tragedia stessa.
In quella giustizia mai nessuno andrà a guardare, a vedere, a mettere naso e mano. La stessa giustizia che guarda se stessa. Nemmeno la dignità, il senso della libertà dell’individuo, che ha perso forza, demotivazione, amore per la vita.
E così concluderanno, se già non hanno concluso. Roberta se ne doveva andare… perché così era scritto. Dove? Di Emilio si farà quella giustizia che finalmente abbiamo capito cos’è. La commedia finisce fino alla prossima tragedia ch’è dietro la porta di ognuno di noi.
Col massimo rispetto ed empaticamente vicini alla famiglia e al suo dolore per Roberta, lasciamo Emilio libero, ma non abbandoniamolo, prendiamoci cura di lui ora se prima non l’abbiamo saputo fare. Non è stato Emilio ad uccidere Roberta. Gli assassini vanno cercati altrove.
La Redazione
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